INTERVISTA. Giuseppe Delogu. “Dobbiamo diventare amici del fuoco”

Parla il direttore del Corpo forestale di Cagliari Giuseppe Delogu: una visione nuova della lotta agli incendi. La necessità di cambiare i metodi e le leggi

«Se pensiamo di combattere gli incendi con i Canadair, quando le fiamme sono già sulla porta di casa, stiamo sbagliando tutto: niente è più naturale del fuoco, ma dobbiamo ricominciare a usarlo per fare prevenzione, solo così paesi, residence e villaggi saranno al sicuro».

Parla Giuseppe Delogu, uno che la faccia e le mani se l’è fatte nere davvero in mezzo ai roghi, lui nel Corpo forestale dal 1989, arrivato sino ai gradini più alti: è il direttore provinciale di Cagliari. Domani esce un suo libro: “Dalla parte del fuoco. Ovvero il paradosso di Bambi”, più di duecento pagine che riscrivono la storia delle fiamme sarde (e non solo): una furia devastatrice perché «nessuno ripulisce più i boschi, lasciando che il combustibile vegetale si converta prima in miccia e poi in benzina.

«È il retaggio – dice – dell’ambientalismo europeo, quello che da troppi anni, in nome di una tutela integralista, criminalizza il fuoco anziché valorizzarne la potenza salvifica. Né per tempo si tagliano gli alberi».

Una specie di Steve Jobs delle fiamme, visionario quanto basta per credere che gli incendi controllati (li chiama «fuoco prescritto») possano tornare a essere una forma di cultura condivisa, seppure a ogni commemorazione Delogu pianga i morti nei roghi. Come i nove di Curraggia, a Tempio: era il 1983, e oggi sono trent’anni esatti da quel 28 luglio che nessuno, in Sardegna, ha più dimenticato.

Giuseppe Delogu

Come si fa a stare “Dalla parte del fuoco”?

«Dobbiamo ritornare ai saperi dei nostri nonni, i quali, correttamente, consideravano il fuoco una risorsa, un tassello dell’ecosistema».

Gli ambientalisti lo sanno?

«Le politiche verdi di stampo europeista fanno coincidere i boschi con un valore estetico, fino a metterli sotto chiave. Il paradosso di Bambi, appunto. Ma l’abbondanza della vegetazione non sempre è un plus valore».

Per esempio?

«La Sardegna importa legname, perché guai a toccare gli alberi. Invece la biodiversità si garantisce proprio tagliandoli. Si aggiunga che le campagne si stanno svuotando, quindi si utilizzano meno i boschi, e pure il bestiame al pascolo è diminuito».

Ci sono incendi che non fanno danni?

«Più ancora: ci sono fuochi necessari, quelli controllati, perché tolgono dall’ambiente quel surplus di vegetazione che li alimenta».

Nel suo libro ha scritto: “Il fuoco si combatte col controfuoco”.

«Si tratta di una tecnica che usiamo abitualmente, quando la morfologia del territorio lo permette. Siccome il caldo va verso l’alto, non ha senso provare a spegnere le fiamme se stanno raggiungendo la cima di una collina o di una montagna. E si muovono velocissime. Non solo: quando scendono, per fare terra bruciata intorno a un incendio, bisogna appiccare il fuoco dal basso, qualora sia possibile».

Questa è la trincea. Ma la prevenzione come si fa?

«Chi vive in campagna vada su Internet a curiosare tra le Firewise: sono le comunità anti-incendio, diffusissime negli Stati Uniti. Vengono usate per scambiare informazioni non su come spegnere i roghi, piuttosto il modo in cui evitarli. E vuol dire, per esempio, tenere pulitissimi terreni e giardini».

Con l’arrivo della bella stagione, i sindaci della Sardegna impongono le prescrizioni antincendio con le ordinanze. Ma quasi nessuno le rispetta, e i campi incolti restano tali.

«Ci sono pochi controlli e le sanzioni amministrative non bastano: occorre certamente rimuovere i materiali pericolosi. Ma con le sole ordinanze non si fanno passi avanti nella prevenzione».

Tanto lassismo è la vera furia devastatrice?

«Non possiamo pensare di spegnere gli incendi solo coi Canadair, o gli elicotteri, trasformando la lotta alle fiamme in un attacco militare, con annessa operazione di protezione civile. Peraltro: a Roma non hanno soldi, quindi quest’anno gli Helitanker che dal ’99 erano di stanza in Sardegna, restano fermi».

Si può sopravvivere senza Canadair?

«L’obiettivo è proprio quello: combattere il fuoco usando altro fuoco, attraverso le fiamme controllate, una tecnica nella quale sono specializzati i nostri “mastros de fogu”, una nuova figura del Corpo forestale. L’opinione pubblica, puntualmente, s’indigna: ma senza prevenzione è inevitabile che il sistema antincendio collassi. E succede almeno in due e o tre giornate estive, quando il numero dei roghi è troppo elevato».

Sarà il caso di rimettere mano alla normativa?

«È necessario: oggi si è obbligati a portare in discarica i rifiuti vegetali, con costi enormi per i proprietari che, infatti, nemmeno li tolgono più. Se invece sterpaglie e arbusti si potessero bruciare in loco, il rischio incendi sarebbe infinitamente ridotto».

Per anni, in Sardegna, si è detto che i piromani fossero i pastori.

«Tanto che, sui terreni bruciati, scattò il divieto di pascolo per cinque anni. Ma quella norma poteva avere un senso sino agli anni Ottanta. Adesso, al contrario, ci sarebbe bisogno che più bestiame brucasse le terre».

Parallelamente, nelle zone edificabili andate in fumo, non si possono allineare mattoni per dieci anni.

«Si tratta di una norma che in alcuni casi ha avuto l’effetto contrario: quei roghi, di stampo mafioso, avevano l’obiettivo di convincere i proprietari a vendere i terreni, a un prezzo basso. Di fatto la legge ha punito chi si opponeva alla speculazione e non cedeva al ricatto degli incendiari».

Il profilo del piromane sardo qual è?

«Nella nostra Isola sono pochi i piromani veri, quelli patologici, persone che prima appiccano il fuoco, poi sono in prima linea a spegnere le fiamme. Di norma i roghi che si contano in Sardegna sono figli del disagio sociale, quindi finisce che le bombe incendiare le mettano tossicodipendenti o ragazzi tra i quindici e i vent’anni. Ma ogni estate leggiamo che dietro il fuoco c’è una strategia criminosa contro il turismo: niente di più falso. Si sbaglia target anche quando sulla lotta agli incendi si fanno campagne di sensibilizzazione nelle scuole elementari: bisogna rivolgersi agli adolescenti, piuttosto».

Regola numero uno per quanti si trovano vicino a un incendio?

«Massima attenzione e vigilanza, e collaborare col Corpo forestale per dare ogni utile indicazione».

Ci sono posti più a rischio rispetto ad altri?

«Certamente le vallate. A titolo indicativo e non esaustivo, dico che quando soffia il maestrale e divampano roghi, bisogna stare attenti a Capo Ferrato, a Costa Rei, a Budoni e a San Teodoro. Col libeccio, invece, i pericoli più grossi si possono correre nelle zone di Bonorva, Torralba, Thiesi e Ittiri».

Alessandra Carta

 

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