Manca e il valore semantico dell’arte: universalità primordiale ed elementare

Mauro Manca nacque a Cagliari nel 1913 e sin dagli anni del liceo dimostrò interesse per l’arte orientando verso la grafica le sue prime esperienze illustrative. Conseguito il diploma, seppur avrebbe voluto proseguire gli studi in ambito artistico, venne indirizzato dalla famiglia ad iscriversi alla facoltà di medicina, che lascerà per poi passare a giurisprudenza. Nonostante le pressioni subite la passione di Manca non si placò e seguì, parallelamente agli studi giuridici, diversi corsi tra cui la Scuola comunale di incisione, diretta da Stanis Dessy, e i corsi serali di nudo della Regia Scuola d’Arte, esponendo diversi lavori alle annuali Mostre sindacali.

Con Paolo Maninchedda, e altri giovani artisti, aderì al ‘Movimento mediterraneo’ fondato dall’architetto Alberto Rosati e caratterizzato da un acceso, seppur confuso, nazionalismo fascista, volto all’esaltazione e alla difesa dell’identità italiana. Nel 1936 partecipò alla Prima mostra del Movimento d’Arte moderna mediterranea e, da questo periodo, furono sempre più frequenti le partecipazioni a rassegne locali che gli fruttano un certo interesse della critica, in particolare di Eugenio Tavolara che condivise con Manca una grande intesa intellettuale.

Ultimati gli studi universitari si trasferì con la famiglia a Roma, entrando rapidamente in contatto con l’ambiente artistico locale e conoscendo, presso lo studio di Gino Severini, personalità del calibro di Marinetti e Capogrossi.
Nel 1941 venne richiamato alle armi e tornò in Sardegna ove insegnò, dal 1942 al 1944, storia dell’arte presso l’Istituto d’Arte cittadino e presso il Liceo Canopoleno, consolidando un ruolo di spicco nel panorama artistico isolano, rinsaldando i legami con Tavolara e con altri esponenti della vita intellettuale sassarese, tra i quali Giuseppe Biasi e Giuseppe Dessì.

Seguirono diverse mostre personali che testimoniano le svolte artistiche di Manca, stimolate anche dal costante contatto con Roma dove mantenne un ricco circuito di conoscenze. I molteplici interessi determinarono una certa erraticità dei risultati e, nonostante la critica ne apprezzasse le capacità figurative, ne rimarcò l’estraneità al dibattito culturale corrente, teso invece a sottolineare l’urgenza di un’arte di tema sociale. Sordo a tali sollecitazioni Manca non aggiornò il proprio repertorio iconografico (i modelli restarono soprattutto le nature morte e le figure femminili) ma, dopo un iniziale interesse postespressionista, si avvicinò allo stile neocubista. L’adesione ufficiale avvenne nel 1947 con una mostra personale di chiara ispirazione al movimento, e la successiva partecipazione, all’interno del gruppo neocubista, alla Quadriennale.

In risposta all’accensione del dibattito culturale, provocata nel 1948 da Palmiro Togliatti che bocciò gli astrattisti definendo il loro operato come un insieme di scarabocchi, Manca aderì all’antimanifesto della Giovane pittura italiana. Nella polemica tra realismo ed arte astratta, l’animanifesto rivendicava più ampi spazi per la ricerca, contro le imposte forzature ideologiche, mantenendo peraltro fede all’esplicito rifiuto dell’artista nel riconoscere i valori di una pretesa scuola regionale.

Nel 1952 venne assunto dalla Soprintendenza del Lazio per collaborare al riallestimento della Galleria Borghese. Questo incarico assorbì gran parte delle energie di Manca, che dovette rallentare la sua attività espositiva, tenendo conto di ulteriori incarichi ricevuti tra cui la realizzazione di scenografie cinematografiche e la direzione di una galleria privata, L’Aureliana.

Dagli anni Cinquanta le influenze postespressioniste e neocubiste lasciarono spazio a componenti metafisiche surreali a cui affiancò una ricerca sul colore già di tipo materico. L’ultima evoluzione della sua pratica pittorica lo vide passare dalla sperimentazione astrattista a una figurazione stilizzata e ispirata, sia nelle forme che nei contenuti, alla mitologia mediterranea preclassica e, successivamente e con maggior peso, dall’arte nuragica.

In questa fase Manca, mosso da un sentimento di profonda affezione alla sua terra natale, collaborò con Tavolara per ottenere la creazione nell’isola di un ufficio autonomo per le Belle Arti, e suggerì a Fernanda Wittgens, membro del Consiglio della Triennale di Milano, di organizzare una mostra sull’artigianato sardo. Manca riteneva che si potesse orientare la produzione artistica artigiana da un ambito di derivazione popolare a quello del design, e in tal senso curò e promosse, specie nei settori orafo e tessile, la realizzazione di manufatti innovativi dal disegno anche estraneo alla tradizione regionale. Solo questa seconda idea troverà realizzazione.

Artista estroverso, dal forte carisma personale, Mauro Manca rivendicava il valore semantico dell’arte e la sua capacità di sondare, per il tramite di materia e forma, le profondità enigmatiche del reale. È stato un raffinato costruttore di immagini che attingono a tutto ciò in cui si sente risuonare il fascino del mito, il mistero del primordiale e dell’origine accompagnando lo spettatore in una dissertazione sull’universalità elementare dell’arte.

Gaia Dallera Ferrario

[Mauro Manca al museo Man]

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