Giallo tossico nel Parteolla: Provincia diffida Ecoserdiana, poi cambia idea

C’è una bomba di composti clorurati nella falda che corre sotto la discarica gestita nel territorio di Serdiana dalla Ecoserdiana, azienda leader in Sardegna nel ciclo dei rifiuti industriali. Tra gli inquinanti in eccesso rilevati dall’Arpas, l’Azienda regionale per la protezione dell’ambiente, spicca il  dicloropropano – cancerogeno per l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (AIRC) -, superiore di 140 volte alle soglie-limite. Sono invece più contenuti (due volte i valori di legge) gli sforamenti di due composti del dicloroetilene, tossici ma non cancerogeni. Il fenomeno è noto da almeno tre anni, ma gli enti di controllo non se ne accorgono prima dello scorso settembre, quando l’Arpas effettua l’analisi delle acque sotterranee prelevate dai punti di captazione predisposti dall’Ecoserdiana. A dicembre la Provincia ipotizza che la causa della contaminazione sia la discarica, diffidando la società per non aver tempestivamente comunicato i superamenti dei limiti di legge e imponendole una serie di indagini per far luce sul fenomeno. Due mesi dopo, però, le cose cambiano: a febbraio, infatti, la Provincia parla esplicitamente di “impossibilità di individuare con certezza il responsabile dell’inquinamento” e, pertanto, revoca la diffida. Ma la società mantiene l’onere di approfondire le correlazioni tra i rifiuti stoccati e l’inquinamento.  Con l’annullamento del provvedimento vengono anche stralciate le criticità relative al Piano di gestione delle condizioni straordinarie, che non include i livelli di guardia per eventuali fuoriuscite di biogas.

Per far fronte all’inquinamento da clorurati, “lo scorso 13 aprile si è riunito il Tavolo tecnico a cui l’Ecoserdiana ha presentato un piano di accertamento sull’origine degli inquinanti e ora si attende il parere di Arpas e Provincia del Sud Sardegna”, spiega il vicesindaco di Serdiana Francesco Casula.

Insomma, la soluzione del problema è ancora lontana.

Secondo quanto appreso da fonti riservate, ad oggi non c’è nessuna ufficialità sulle cause dei veleni. Il giallo, inoltre, sembra destinato ad infittirsi. Infatti, oltre alla discarica, potenzialmente inquinante, nella zona ci sono altri siti candidati al ruolo di responsabili della contaminazione. Nessuna notizia anche sulla diffusione dei veleni, aspetto, questo, ancora più preoccupante, data l’intensa attività agricola nelle campagne del Parteolla.

Un dato, però, è certo: “Le anomalie sono state rilevate almeno per gli ultimi tre anni (2014-15-16)”, si legge nel rapporto che l’ARPAS ha inoltrato alla Procura di Cagliari. I superamenti dei clorurati e del manganese (riconducibile alla composizione geochimica del terreno), infatti, erano già stati evidenziati dalle analisi realizzate in regime di autocontrollo dall’Ecoserdiana.  “Questi valori sono riportati nei relativi rapporti di prova presentati periodicamente dal gestore, ma nei documenti relazionali che li accompagnano non si fa mai cenno ai superamenti di cui sopra”, precisa il Dipartimento del Medio Campidano dell’Arpas.

Precisazioni a parte, tutto lascia credere che gli enti deputati al controllo della discarica – tra cui figurano la Provincia del Sud Sardegna e la stessa Arpas – non avessero la questione di Serdiana in cima ai loro pensieri. Infatti, fino al settembre dello scorso anno non si è mossa una foglia, nonostante le analisi effettuate in passato fossero a disposizione di chi ha l’onere di controllare. A dirla tutta, l’inquinamento sembra essere noto addirittura dal 2012. Stando a quanto affermato dal vicesindaco di Serdiana, Casula, in risposta ad una recente interrogazione dei consiglieri di minoranza “l’Ecoserdiana ha fornito i rapporti di prova inerenti gli ultimi 5 anni (2012‐2017) dai quali si evince che il dicloropropano, nel 2012, aveva un valore più alto di quello attuale del 62 per cento”. Ecco, dunque, un altro elemento del giallo tossico del Parteolla: non solo non si conosce l’origine degli inquinanti, ma non è neanche chiaro da quanto tempo circolino in falda.

Rimane da chiedersi in base a quali valutazioni la Provincia abbia fatto in tempo a comminare una diffida e ad annullarla. Quando, a inizio dicembre, il rapporto dell’Arpas arriva negli uffici della Provincia del Sud Sardegna, la reazione della Dirigente del Settore Ambiente Speranza Schirru (che Sardiniapost ha provato a contattare senza esito) non si fa attendere. E il 12 dicembre fa partire la diffida. Di fronte a sé ha l’Ecoserdiana, gioiello della corona che fu di Romano Fanti, ex proprietario insieme a Biagio Caschili – attuale Amministratore unico –  e Salvatore Pisano, deceduto, oggi amministrata dai figli dei soci di Fanti. Insomma, dinastie di imprenditori dello smaltimento che dal 1987 ad oggi hanno visto crescere la discarica fino ad oltre 3 milioni di mc di rifiuti, tra urbani e speciali, pericolosi e non. A tanto ammonta il volume del sito, dal 2005 utilizzato unicamente per lo smaltimento di rifiuti speciali di provenienza industriale. Ma la discarica sta esaurendo i suoi moduli, ecco perché dal maggio del 2017 pende una richiesta di ampliamento di 240mila mc presso l’Assessorato alla Difesa dell’Ambiente.

La situazione richiede dunque tutta l’attenzione del caso da parte della Provincia, che però dispone di un dato certo: l’eccesso di clorurati è stato rilevato in due pozzi (P1 e P2) che fanno parte del sistema di monitoraggio della falda sottostante il sito. Inoltre, il fatto che gli altri pozzetti interni alla discarica (e a monte idrologico) non abbiano rilevato valori fuori soglia deve aver portato i tecnici della Provincia a sospettare dei vecchi moduli che dal 1987 al 2005 hanno accolto i rifiuti urbani di mezza Sardegna. Ecco perché la Provincia ordina una serie di indagini volte a mettere in relazione gli inquinanti con i rifiuti abbancati e sottolinea la mancata attivazione da parte dell’Ecoserdiana della procedura prevista dalla legge in casi di inquinamento rilevante. Che impone, nell’ordine, l’applicazione di misure di prevenzione, la comunicazione dell’inquinamento agli enti di controllo, la caratterizzazione del sito e la determinazione delle soglie di rischio per la salute umana e, infine, la bonifica.

Ma il 5 febbraio la diffida viene revocata, perché l’Ecoserdiana non viene più ritenuta responsabile dell’inquinamento. In pratica, la Provincia accoglie in toto gli argomenti della società (che Sardiniapost ha tentato di contattare, senza esito anche in questo caso). “L’analisi sulle acque degli altri pozzi di monitoraggio della falda (a monte rispetto al deflusso delle acque di falda), non ha fatto rilevare la presenza di solventi clorurati, come invece si è rilevato nei pozzi P1 e P2 che sono ubicati all’esterno del perimetro della discarica in area pubblica. Tale situazione ha creato il convincimento che di fatto la discarica non può essere considerata sito potenzialmente inquinato”, scrive la Provincia nella revoca, presentando le ragioni di Caschili . Un argomento, questo, che è difficile far stare assieme al fatto che i piezometri incriminati fanno parte del sistema di monitoraggio della discarica, come affermato dalla stessa Provincia e dall’Autorizzazione Integrata concessa nel 2011 ad Ecoserdiana. Infine, Caschili  afferma che “il gestore (della discarica, ndr) ha già provveduto, al fine di confermare che la sorgente di inquinamento di clorurati organici e del manganese non è localizzata all’interno della discarica, ad attivare studi ed approfondimenti al fine di poter meglio comprendere tale anomalia”.

E qui arriviamo ad oggi: vista l’impossibilità di accertare la responsabilità dell’inquinamento, la Provincia opta per l’opzione soft del Tavolo tecnico.

E intanto i veleni rimangono in falda.

Piero Loi

@piero_loi

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