Dissesto idrogeologico, la Sardegna è sesta in Italia per aree a rischio frana

La Sardegna è una delle regioni che sul rischio frane fa registrare “le maggiori superfici a pericolosità elevata o molto elevata”. Così si legge nel rapporto sul ‘Dissesto idrogeologico in Italia’ elaborato dall’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. I dati sono contenuti nell’edizione 2018 che “aggiorna – è scritto – il quadro sulla pericolosità per frane e alluvioni nel territorio nazionale, presentando nuove mappe in base ai dati forniti dalle Autorità di bacino distrettuali”. La Sardegna è nella lista insieme a Toscana, Emilia-Romagna, Campania, Valle d’Aosta, Abruzzo, Lombardia e Provincia autonoma di Trento.

La prima tabella utile nella misurazione del dissesto idrogeologico nell’Isola è la numero 1.6, nella quale è calcolata l’estensione delle zone con pericolose: la superficie a rischio frane e alluvioni si estende in Sardegna su 1.497,6 chilometri quadrati di territorio. In Toscana, prima in Italia, lo stesso dato vale 3.3367,6 chilometri quadrati; in Emilia Romagna 3.277,7; in Campania 2.678,2; in Abruzzo 1.678,2; in Lombardia 1.538,2; nella provincia autonoma di Trento 1.345. La nostra Isola è dunque sesta nella classifica nazionale che vede in coda Bolzano (131,7), Friuli Venezia Giulia (190,5) e Sicilia (394,6).

Il dato assume tuttavia una valenza diversa se la superficie conteggiata viene rapportata a quella totale della rispettiva regione. I 1.497,6 chilometri classificati come pericolosi in Sardegna, valgono il 6,2 per cento della nostra Isola che si estende su 24.100 chilometri quadrati. In Toscana il 14,7 per cento; in Emilia Romagna il 14,6; in Campania il 19,6; in Abruzzo il 15,5; in Lombardia il 6,4; nella Provincia di Trento il 21,7 per cento.

Utilizzando questo valore relativo, discende che la Valle D’Aosta è quasi interamente una regione a rischio frane e alluvioni con l’81,9 per cento di territorio classificato con pericolosità elevata o molto elevata, pari a 2.671,8 chilometri quadrati. Precede la Sardegna anche la Liguria che somma 7.512,9 chilometri quadrati, equivalenti al 13,9 della superficie regionale. Idem le Marche, dove i 735,5 chilometri quadrati di zona a rischio valgono il 7,8 per cento del totale. Stesso discorso per il Molise che conta 716,9 chilometri quadrati di superficie franosa o alluvionale (16,1%). Dietro la nostra Isola tutte le altre regioni: Piemonte 1.230,8 chilometri quadrati (4,8 per cento); Friuli Venezia Giulia (190,5 kmq, 2,4%); Umbria (492,9 kmq, 5,8%); Lazio (953,3 kmq, 5,5%); Puglia (594,8 kmq, 3%); Basilicata (511,6 kmq, 5,1%); Calabria (545,6 kmq, 3,6%); Sicilia (394,6 kmq, 1,5%).

Sul dettaglio provinciale, è nel Nuorese che si concentra la più alta percentuale di superficie a rischio elevato e molto elevato: 778,8 chilometri quadrati, pari al 13,8 per cento, il doppio rispetto la media nazionale all’8,4. Seguono il Sassarese con 401,2 chilometri quadrati (5,2%), l’Oristanese (105,7 kmq, 3,5%), l’area metropolitana di Cagliari (41,9 kmq, 3,4%). Chiude il Sud Sardegna con 106 chilometri quadrati, pari al 2,6 per cento.

Nel rapporto Ispra è indicata anche l‘esposizione delle famiglie al rischio: risulta che su totale regionale di 1.639.362, sono 7.056 quelle che vivono in zone a pericolosità molto elevata e 15.483 le famiglie residente in aree a pericolosità elevata. Il totale è di 22.539, pari all’1,4 per cento. In questo la nostra Isola è nella fascia più bassa delle regioni italia, come risulta dalla tabella a destra. Sono così divise: 10.626 nel Nuorese; 7.386 nel Sassarese; 3.286 nel Sud Sardegna; 784 nell’area metropolitana di Cagliari; 457 nell’Oristanese.

Infine gli edifici: sui 604.234 che si contano nell’Isola, 3.817 rientrano nella classificazione P4 (pericolosità molto elevata) e 8.433 nella P3 (pericolosità elevata). Sommano 12.250 unità, pari al 2 per cento del totale. La stragrande maggioranza degli edifici – 104.213 – rientra invece nella categoria P1 (pericolosità moderata). Sono invece 40.078 quelli in P2 (pericolosità media).

“Il dissesto idrogeologico – si legge nel rapporto dell’Ispra – costituisce un tema di particolare rilevanza per l’Italia a causa degli impatti sulla popolazione, sulle infrastrutture lineari di comunicazione e sul tessuto economico e produttivo. Il forte incremento delle aree urbanizzate, verificatosi a partire dal secondo dopoguerra, spesso in assenza di una corretta pianificazione territoriale, ha portato a un considerevole aumento degli elementi esposti a frane e alluvioni e quindi a una crescita del rischio. Le superfici artificiali sono passate infatti dal 2,7 per cento registrati negli anni Cinquanta al 7,65 per cento del 2017. L’abbandono delle aree rurali montane e collinari ha inoltre determinato un mancato presidio e manutenzione del territorio”.

Alessandra Carta
(@alessacart on Twitter)

[Nella foto il ponte della statale 195 crollato a ottobre]

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