Vasi nuragici in chiave contemporanea. Le creazioni dell’artigiana 30enne

di Andrea Tramonte

Settiu è un vaso dalle forme geometriche che si ispira a un pezzo nuragico ritrovato in una tomba a Gonnosfanadiga. La forma è realizzata rigorosamente a mano da una giovane artigiana oristanese, Maria Paola Piras, cotta in un forno a legna e infine lucidata con cere d’api ecologiche. “Per realizzare un vaso così ci vogliono tre settimane di lavoro – racconta lei -. Tempi molto lunghi ma alla fine i prodotti fatti in questo modo sono più vivi”. Il pezzo fa parte di una collezione che Piras ha lanciato nei mesi scorsi in collaborazione con Pretziada. Una serie di ceramiche di ispirazione nuragica pensate per il mercato internazionale, dove si legge l’impronta decisiva dell’artigiana oristanese, che ormai da anni porta avanti un percorso di rilettura e rivisitazione dell’artigianato preistorico sardo. “Ho fatto uno studio lunghissimo sulle ceramiche nuragiche – racconta Piras -. Forme, usi, linee che rispetto agli originali ho un po’ ingentilito e ripulito, stilizzato e reso forse un po’ più dure, con un approccio più moderno. Cercando però sempre di mantenerne il sapore”.

Maria Paola è figlia d’arte ed è cresciuta all’interno del laboratorio artigiano del padre, scultore e studioso di archeologia sperimentale. Da sempre innamorata della ceramica, si diploma a Oristano in oreficeria ma poi riprende il discorso di famiglia studiando per anni tecniche, funzioni e forme. Maria usa la tecnica a colombino per la lavorazione dell’argilla, che comporta tempi molto più lunghi nella realizzazione di un prodotto (“prima mi dicevano: tu sei pazza, ci vuole troppo tempo, ma ora è una tecnica che sta tornando in auge) ma garantisce risultati più vibranti. Non usa torni elettrici e per la cottura si serve di un forno a legna che ha costruito da sola nel suo laboratorio oristanese. “Parto da una forma e poi vado alla ricerca di terre da utilizzare – racconta lei spiegando il suo modus operandi -. Cerco di capire, ad esempio, se per un vaso serve una argilla che contiene più sabbia e più minerali, in modo che poi al tatto ti dà una sensazione lucida, o liscia. Dopo aver impastato la terra ottengo l’argilla con la tecnica a colombino – a mano creo dei grossi spaghetti con la terra che poi unisco per ottenere la forma – e una volta asciutta grazie al vento e al sole metto in forno, dove i legni che bruciano danno il colore al vaso. Il risultato è sempre una sorpresa. Posso anche fare diecimila pezzi ma saranno sempre uno diverso dall’altro”. Il colore dei vasi è nero, quasi metallico: sembra pietra vulcanica. La superficie è irregolare ma al tatto risulta estremamente levigata, quasi come se fosse cuoio.

La collezione realizzata per Pretziada presenta una varietà di forme e ispirazioni. Taurus, ad esempio, richiama le decorazioni antropomorfe delle ceramiche nuragiche, Anfora invece rilegge le urne di fine Ottocento, Jara alcuni frammenti trovati in insediamenti preistorici, Limpia le curve incontaminate dei pezzi della cultura di Ozieri. La contemporaneità di quelle forme così antiche è sorprendente. “Lavoro da anni sulla linea della cultura nuragica – racconta Maria Paola – e i musei spesso mi commissionano lavori di riproduzione dei reperti. Per esempio ho fatto le copie delle ceramiche ritrovate a Orroli. Non potendo riportare gli originali in paese, perché rimangono a Cagliari per essere studiati e analizzati, lavoro alla loro riproduzione seguendo i cocci. Ma il risultato finale non è il reperto incompleto: realizzo il vaso come era in origine”. Così attraverso il rapporto tra artigianato e design Maria Paola mette in luce la cultura dell’Isola: gli oggetti non sono mai fini a se stessi ma servono anche per richiamare storie di lunga durata. “In futuro mi piacerebbe collaborare con degli archeologi e, attraverso l’artigianato, creare curiosità e attenzione verso la cultura nuragica”. (Foto di Studio Bulbo)

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