Un progetto che intreccia pratiche agricole, ricerca culturale e relazioni, immaginando una città-territorio diffusa a partire dai piccoli centri
di Andrea Tramonte
Foghìles nasce da un legame profondo con il luogo origine – Semèstene, nel Logudoro, appena 120 abitanti – e da una necessità quasi fisica di riconnettersi con la terra degli antenati. Per Antoni Sotzu è luogo di famiglia – ramo paterno – ma fin dall’inizio l’idea non è mai stata quella di un ritorno nostalgico e fine a se stesso. Al contrario, Foghìles prende forma come progetto collettivo in grado di produrre un’esperienza condivisa. Sin dalla sua nascita, durante l’estate del 2018, Foghíles segue i ritmi stagionali di Semèstene. Il nome, in sardo logudorese, significa focolari: luoghi fisici e simbolici dove ci si incontra intorno al fuoco per trasmettere saperi, racconti ed esperienze. I primi progetti risalgono al 2014 e sono legati ad alcune attività pratiche legate all’eredità del territorio: la pietra a secco, il lavoro manuale, la cura dei manufatti rurali. Nel 2018 poi il trasferimento stabile a Semèstene e l’avvio di iniziative ricorrenti nel mese di settembre, su Cabidanni, quando secondo il calendario agricolo l’anno finisce e ricomincia. “La prima cosa era capire come riconnetterci con questi posti – spiega Sotzu -. Con l’obiettivo di andare contro concetti che ci portiamo dentro come un peso: siamo eredi di generazioni che hanno iniziato a slegarsi da questi luoghi, li hanno progressivamente abbandonati”.
Il lavoro non è basato su eventi spot, incursioni temporanee magari in una logica ‘performativa’: “Non vale organizzare eventi o eventini, apparire, usare questi territori e poi andarsene. Non è un approccio che ci appartiene”. La scelta è in qualche modo politica. “Come generazione dobbiamo passare più tempo possibile qui, non necessariamente organizzando, ma passeggiando, osservando, dialogando con i luoghi e con le persone”. Il progetto si definisce come un processo di incontro e sperimentazione, che prova a superare la folklorizzazione della vita rurale e a onorare invece le pratiche della celebrazione collettiva. Attraverso solstizi, equinozi e altri momenti dell’anno legati ai cicli agricoli e lunari, Foghìles esplora un tempo circolare e costruisce nuovi rituali nel dialogo costante e profondo con quelli già consolidati. Qui le terre ereditate diventano spazi per intrecciare arte, scienza e libertà di immaginare nuove forme di vita. Gli incontri possono durare una giornata — camminate, sessioni di lavoro agricolo come la potatura degli ulivi o la semina dell’aglio — oppure estendersi a più giorni. A fine giornata c’è sempre un pasto condiviso. Nei periodi più lunghi, fino a una settimana o dieci giorni, gruppi di circa venti persone partecipano a laboratori: la pietra a secco, ricerca portata avanti dal 2014 per contrastare l’erosione del suolo; la lana sarda, indagata oltre gli stereotipi del pastoralismo; nuove forme di relazione con gli animali, sperimentate anche attraverso la cura di poche pecore.

Foghìles è anche uno spazio educativo: Università italiane e straniere raggiungono Semèstene per sessioni di studio sul campo, in cui viene condiviso un modo di leggere il paesaggio che intreccia sapere vernacolare e ricerca contemporanea. Tutto questo avviene mentre la vita agricola continua: piccole produzioni di aglio, cipolle, ceci e fave, seguite insieme agli anziani del paese; vino e olio in quantità limitate. “Quando vengono persone a trovarci, volontari o partecipanti, cerchiamo di indirizzare le forze verso la campagna e i pezzi di terra che abbiamo”.

Negli ultimi anni il progetto ha attraversato una fase di transizione importante: la ristrutturazione di uno spazio, l’acquisto di una vigna, la nascita di una bambina. “Festa campestre”, la pubblicazione curata da Oreri che raccoglie dieci anni di attività, diventa così un modo per rileggere il percorso fatto e prepararsi a ciò che verrà. L’idea è quella di una città-territorio diffusa, fatta di relazioni tra comunità vicine, capaci di sostenersi reciprocamente. “Settant’anni fa era l’unico modo per vivere la campagna. Oggi le persone sono meno, ma non è impossibile farlo anche adesso”.
La foto di apertura è di Emanuela Meloni







