‘L’erbario della memoria’: film di famiglia e rapporto con le piante raccontano una storia intima della Sardegna in un libro

Dal progetto di raccolta delle pellicole amatoriali dell’Università di Sassari nasce Erbario della memoria: un volume che intreccia testimonianze, immagini e illustrazioni per ricostruire una geografia affettiva fatta di alberi, giardini e vita quotidiana.

di Andrea Tramonte

Nei ricordi di Carlo la città finiva dove cominciavano i campi. Nei giardini privati non mancavano “un paio di alberi di arance, il carrubo, i cachi. E le nespole”. E poi: “C’era il manicomio, a Sassari, in via Rizzeddu. Da lì era già tutto campagna, soprattutto oliveti. E noi ragazzini si andava a giocare. Raccoglievamo piante che mangiavamo: i pabanzoru, i cagaranzu, il pan degli angeli”. Da immagini di frutti rubati, piante selvatiche divorate per gioco e dalla campagna a pochi passi dalle case prende forma una geografia affettiva di Sassari e di altri luoghi dell’Isola: una memoria fatta di gesti quotidiani, di stagioni, di relazioni con gli alberi e con la terra. È da queste tracce che nasce Erbario della memoria. Mondi vegetali e ricordi privati, un piccolo volume pubblicato da Allemandi che lega film di famiglia, testimonianze orali e illustrazioni per raccontare il rapporto tra paesaggio, ricordo e vita quotidiana in Sardegna.

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Il libro – curato da Antonella Camarda e Giulia Simi, con contributi di Luisa Cutzu, Lucia Cardone, Agnese Garbari e Paolo D’Ascanio e illustrazioni di Martina Silli – affonda le radici in un lavoro di ricerca iniziato quindici anni fa. Nel 2011l’Università di Sassari, l’Isre e la Fondazione Home Movies – Archivio nazionale dei film di famiglia, hanno promosso una raccolta pubblica di pellicole amatoriali girate nell’Isola. Dalle soffitte e dagli armadi delle case riemersero decine di bobine: film di vacanze, matrimoni, feste, scene di vita domestica. Materiali spesso segnati dal tempo ma capaci di restituire “tracce private di un tempo perduto”, come scrive nell’introduzione Cardone, oggi direttrice del Dipartimento di Scienze umanistiche e sociali dell’ateneo sassarese. Quelle immagini – girate soprattutto tra gli anni Cinquanta e Settanta con le cineprese Super8 – sono diventate un archivio di memorie che raccontano non solo le vite delle famiglie ma anche i luoghi e i paesaggi della Sardegna.

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Chicca racconta la casa di campagna del nonno attraverso due alberi: “C’era un fico, di quelli che fanno ombra, per quando si mangiava fuori. Nessun fico dopo nella mia vita è stato buono come quelli che raccoglievo da lì”. Accanto al fico c’era un gelso “per giocare: aveva rami bellissimi, dove fare l’altalena”. E poco più in là le more, “scorpacciate fino ad avere il mal di pancia”. Per Simonetta la memoria passa invece da un giardino domestico: “C’era un albero di alloro gigante” e poi le albicocche, che scandivano le stagioni. “Si iniziava a maggio, giugno a mangiarle: poi a un certo punto finivano, e tu non ne mangiavi più”. Nel giardino della nonna crescevano anche le rose. “Nonna mi faceva dei mazzi da regalare alla maestra: ‘questi portali alla maestra’. Si facevano queste cose”. Antonello racconta il giorno in cui nel piccolo giardino davanti al Grattacielo di Sassari furono abbattute le palme colpite dal punteruolo rosso. “Mi sono affacciato e ho visto la palma adagiata per terra e tagliata a strisce. Una cosa inquietante, che ricordo ancora benissimo”. E poi ci sono i ricordi della campagna e del lavoro agricolo. Fernanda descrive la stagione dell’orto e della mietitura: “Durante la primavera si piantava l’orto estivo, poi la raccolta dei pomodori, la preparazione della passata”. Alla sera si apparecchiava un tavolo all’aperto per i mietitori arrivati dai paesi vicini: “magari dieci, dodici persone”.

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Questi frammenti di memorie personali – “tasselli di una storia collettiva di rapporto con il mondo vegetale”, scrive Camarda – sono espressi attraverso parole, still da video e la reinterpretazione delle illustrazioni di Silli, “che punteggiano il testo, andando a volte ad accostarsi, altre a sovrapporsi all’immagine filmica. Nella loro essenzialità di tratto, i disegni rimandano alla tradizione dell’iconografia botanica, ma se ne distaccano per l’inoculazione di un sentimento profondo di comunione con la natura e con gli autori delle memorie. A volte prevale l’accuratezza scientifica, altre la deriva fantastica”. Non più – scrive invece Simi – “le immagini perfette ma spesso svuotate di ogni forza sensoriale che molto immaginario turistico continua a proporre, ma quelle forse un po’ sghembe, poco definite, piene di lacune e tuttavia vitali, che disegnano, anche per chi è estraneo a quei luoghi, anche per i viaggiatori temporanei, una mappa affettiva”.  

Del resto per l’illustratrice, che ha curato anche il progetto grafico insieme a Bruno Savona con cui condivide il progetto di Heart Studio, si tratta di un lavoro che ha molto a che fare con la sua storia e la sua intimità. “Oggi, guardando indietro, mi rendo conto che le piante sono state un filo invisibile che ha unito generazioni e affetti – scrive -. Come se la vita vegetale fosse una lingua segreta che gli esseri umani continuano a parlare anche senza accorgersene. Le piante entrano nei nostri ricordi come dettagli marginali, ma spesso sono proprio ciò che àncora i ricordi al mondo: un vaso di fiori sul tavolo, un albero visto dalla finestra, un profumo che torna all’improvviso e ci riporta a un tempo perduto. Nonostante il crescente distacco dell’essere umano dalla natura, il vegetale rimane un simbolo ricorrente del vissuto e della memoria. È la traccia di un’origine comune, il segno di un’appartenenza che sopravvive alla modernità”. 

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