Giovani sarde e sardi tornati a casa dopo esperienze di studio e di lavoro all’estero, persone che hanno scelto di restare e di costruire le possibilità di un futuro migliore per le proprie comunità, sardi d’adozione che si sono innamorati dell’Isola e ne hanno visto diverse potenzialità ancora da sviluppare pienamente. I movimenti di ritorno nelle campagne e nei piccoli centri secondo la studiosa Lidia Decandia sono “tracce di cambiamenti possibili”, anche all’insegna di un nuovo rapporto con il vivente.
di Andrea Tramonte
“Ritorno alla campagna” non basta più a rendere conto del fenomeno. Si può parlare di neo-ruralismo ma anche questa definizione – relativa ai movimenti di ritorno di giovani e meno giovani nei paesi, in aree a rischio spopolamento o già spopolate, attraverso nuove modalità di vita – può aiutare a orientarsi ma rischia di essere riduttivo. “La dicotomia città-campagna, urbano-rurale, non ci aiuta molto a capire cosa sta avvenendo in questi territori – dice a Sardinia Post Lidia Decandia, docente al Dipartimento di Architettura, Design e Urbanistica ad Alghero -. È l’idea stessa di città che è esplosa. Non riesce più a dirci la portata delle trasformazioni”.
Negli ultimi anni la Sardegna è attraversata da movimenti di ritorno e reinsediamento che faticano a essere letti con le categorie tradizionali perché sono identificati da modalità culturali e politiche diverse da una semplice riscoperta della vita in campagna. Non c’è nostalgia verso una specie di “piccolo mondo antico” idealizzato ma una lettura nuova del mondo rurale e del suo ruolo nella società contemporanea: uno spazio dinamico in dialogo col “centro” e basato su sostenibilità, creatività e innovazione grazie all’adozione di pratiche in grado di trasformare e rigenerare luoghi lasciati ai margini, afflitti spesso da problemi enormi come quelli dello spopolamento e della mancanza di servizi di base, di cittadinanza.
Negli ultimi anni sono stati diversi i protagonisti di questa piccolo cambiamento di prospettiva: giovani sarde e sardi tornati a casa dopo esperienze di studio e di lavoro all’estero, persone che hanno scelto di restare e di costruire quotidianamente le possibilità di un futuro migliore per le proprie comunità di riferimento, sardi d’adozione che si sono innamorati dell’Isola e ne hanno visto – insieme alle criticità – diverse potenzialità ancora da sviluppare pienamente. Sardinia Post ha già raccontato alcune di queste storie e altre le racconterà nei prossimi giorni. Giusto due esempi. C’è il caso del giovane designer e artista Marco Loi, che dopo la sua formazione in Olanda è tornato a Samugheo dove ha acquistato una casa cantoniera che diventerà a breve un centro culturale dal respiro internazionale chiamato Rio Accoro (nella foto di apertura di Giacomo Bianco). Oppure il progetto di Treballu, coworking rurale nato nel 2019 a Laconi su impulso di un 34enne, Carlo Coni, che ha voluto creare uno spazio di lavoro nel borgo in grado non solo di attirare persone da tutto il mondo ma anche – e soprattutto – di avere un impatto sociale all’interno della comunità. L’obiettivo è sempre quello di “cambiare le cose” per il proprio contesto di riferimento. Di innescare circoli virtuosi, contribuire a diffondere conoscenza. O quantomeno provarci.
Decandia ha scritto un libro uscito per Donzelli – “Territori in trasformazione. Il caso dell’Alta Gallura” – dove racconta storie minime e percorsi in grado di illustrare un cambiamento che si muove piano, sottotraccia: progetti, luoghi, forme di produzione che fanno risaltare quella che secondo l’autrice è una nuova figura territoriale, l’ossimorica “città-natura”. Non si tratta di una fuga dalla città verso una ruralità tradizionale, ma dell’emergere di nuovi modi di abitare che ibridano pratiche urbane e contesti territoriali aperti. Molti dei nuovi abitanti delle campagne provengono da grandi centri, hanno percorsi di studio elevati, traiettorie professionali qualificate. Portano con sé un bagaglio di relazioni, competenze e visioni che ridefinisce il senso stesso dell’insediarsi. Lavorano in rete, coltivano relazioni internazionali, portano avanti progetti legati all’economia della conoscenza. Per descrivere queste traiettorie Decandia usa un’espressione: modalità di abitare “transcalari”. “Le vite di queste persone non le capiamo con le geometrie euclidee dei confini classici – dice -. Si muovono su scale diverse. La dimensione locale — la terra, la comunità, la produzione — convive con quella regionale e globale: clienti all’estero, editori, università, piattaforme digitali. Non sono vite stanziali ma neppure nomadi”.
Il fenomeno ha genealogie diverse. Una prima ondata risale agli anni Settanta e primi anni Ottanta, quando arrivano – è il caso della Gallura lontana dalla scintillante Costa Smeralda – persone legate alla contestazione politica e alla ricerca di forme di vita autarchiche. Una seconda ondata arriva dopo il 2008, con la crisi finanziaria globale. Negli anni più recenti emerge una terza componente, cui ha impresso un’accelerata il Covid: giovani laureati che tornano “a casa”, ragazzi che scelgono la campagna o riscoprono il proprio paese d’origine e “rivendicano un’idea ecologica di abitare il territorio”.
“L’elemento più interessante è il tema del ritorno – ragiona Decandia -. Trovo in queste storie la ricerca di una idea diversa e fortemente politica di pensare alla propria vita, che non passa dalle rivolte ma dalla scelta dura, quotidiana di dare un senso profondo alla propria esistenza. Di ritrovare un rapporto con il vivente e di creare embrioni di comunità. Un senso che manca sempre di più all’interno dell’economia neoliberale: la mia generazione vedeva nel lavoro in città la massima aspirazione, ma ci siamo persi. Il lavoro competitivo ti ruba l’anima e non hai il tempo di pensare a te. Questi giovani non ne possono più della vita che gli abbiamo lasciato”. Per questo – secondo la studiosa – questi movimenti sono tracce di cambiamenti possibili. Per quanto i numeri non siano ancora “significativi” sono comunque in aumento. E dietro ci sono storie personali legate da fili conduttori profondi. “Per me è una cosa politicamente importante – dice Decandia -. C’è un dato terribile che dice che il 70 per cento dei giovani ha sintomi di depressione. Viviamo una crisi fortissima. Questa è una fase di passaggio in cui diverse persone stanno provando a preparare il nuovo. È importante raccontare le storie di queste persone, guardare agli indizi. Possono sembrare piccoli esperimenti ma rivelano tendenze, movimenti. Dopo il crollo dell’impero romano molte persone lasciano le città e vanno nel deserto alla ricerca di una vita sensata: nascono i primi monasteri. Quando crolla tutto il nuovo è pronto a nascere”.

Il ritorno in paese a volte è una riscoperta della campagna in modalità nuove. La “città-natura” secondo Decandia è una forma di insediamento che nasce dentro il paesaggio, seguendone le logiche senza imporsi con modelli standardizzati: un organismo che cresce in continuità con l’ambiente. Un paradigma culturale che valorizza le specificità locali, i saperi comunitari e le relazioni lente tra abitanti e luoghi. “La Sardegna è una grande città-natura che offre spazi ampi, luoghi diversi, paesaggi. L’abitare transcalare non significa vivere la campagna solo come un contadino o un pastore ma anche in modo diverso, creando nuove centralità. Per fare due esempi: uno dei centri di arte contemporanea più importanti in Gallura è il Museo Organica, in mezzo al bosco di Curadureddu alle pendici del Monte Limbara nel territorio di Tempio Pausania; il Time in Jazz per anni ha organizzato concerti nelle chiese campestri. Poi ci sono le ‘fabbriche’ della città-natura, il ritorno alle produzioni di qualità: frutteti, vigneti, diverse coltivazioni”. Secondo Decandia anche la politica dovrebbe fare i conti con queste nuove modalità di abitare i territori cosiddetti marginalizzati e le campagne. “Andrebbe ripensata la viabilità per connettere e servire la città-natura, in cui c’è spazio per connessioni e velocità ma anche per i tempi lenti che consentano immersioni nei territori. Riprogettiamo i sentieri come una filigrana che riconnette il mondo del vivente con i centri abitati. Le centralità non sono più necessariamente nelle piazze: si fanno gli aperitivi anche in campagna. Non siamo più abitanti di paesi ma di contesti ambientali più ampi”.









