Critico Festival: Alessandra Chiricosta a Genoni il 23 settembre

Il suo libro “Un altro genere di forza”, edito da Iacobelli editore e uscito nel 2019, sta vivendo un momento di auge. Alessandra Chiricosta, filosofa, storica delle religioni e marzialista, sarà una delle autrici e pensatrici di punta della tavola rotonda in programma a Genoni il 23 settembre alle 18:30. Un’iniziativa di spessore all’interno del ricco programma del Critico Festival”, appuntamento itinerante lungo quasi un mese (9-30 settembre) organizzato dal collettivo artistico hOMe network di Urban Center in quattro comuni dell’interno sardo: San Sperate, Cabras, Genoni e Lanusei.

Chiricosta, il suo libro sta attirando molte attenzioni, a partire dalla mostra dell’artista Andrea Bowers “Moving in space without asking permission”, ispirata appunto ai suoi studi.

Ne sono lieta. È stato un libro fortemente voluto al di là di ogni legge di marketing e accademica, mi fa piacere che stia venendo apprezzato nonostante sia molto denso, intenso e corposo. Un libro quasi anarchico ma con rigorosità di pensiero e ricco di continue contaminazioni. La mia ricerca filosofica si fonde con l’esperienza corporea e delle arti di combattimento, unite alla mia passione per il viaggio e le culture orientali. Sto realizzando che questo libro parla a tante persone, perché è incentrato su un cambiamento di paradigma riguardo a una concezione di forza che è eccessivamente schiacciante. Se ci pensiamo, la forza è sempre stata vista come il totale dominio di un genere, o meglio caratteristica esclusiva del genere maschile. Invece, c’è bisogno di attingere a un altro immaginario e modalità corporea, quindi l’empatia, la cura, la capacità di difendersi e agire come agente di trasformazione sono fondamentali. Soprattutto in un momento in cui la soggettività femminile è sotto attacco. Per cui questo libro offre una chiave di lettura diversa.

Per questo scrive: “​​È proprio nell’autocoltivazione psicocorporea, nell’allenamento combattente, come singola e ancora di più come collettivo, e nella capacità di amare, di non rinunciare alla propria sensibilità che si cresce nella Forza. E la forza combattente è necessaria alla liberazione femminile e femminista”.

Proprio perché c’è una preclusione culturale che agisce sul corpo. Siamo degli esseri natural-culturali. Il mito della forza virile ha origine nella civiltà occidentale, fin dalla guerra di Troia si è delineato un immaginario declinato secondo queste linee, in cui la forza è oppressione e creazione di gerarchie. Invece è necessario un percorso di liberazione andando a scavare nelle altre culture, facendo presenza corporea consapevole. Io, per esempio, non ho mai avuto la percezione di me come debole, praticando arti marziali e integrandole con la mia riflessione filosofica e il mio attivismo femminista. A questo proposito, leggere il pensiero della vietnamita Trinh Thi Minh Ha, e di autrici come Donna Haraway, Rosi Braidotti e Angela Putino è fondamentale. Una volta che son crollate le grandi narrazioni condivise, adesso è come se fossimo prigionieri dentro una sola possibilità: quella del neoliberismo globalizzante. Si sta andando avanti per inerzia. Invece, è necessario riarticolare connessioni e immaginare nuovi scenari, ricontaminarsi tra saperi, aprirsi a una molteplicità di linguaggi, anche mitopoietici. L’iperspecialismo porta a una frattura. Riflettere in maniera collettiva è la vera sfida.

All’interno del Critico Festival è stata chiamata a riflettere insieme sul tema della caverna platonica e il mito come occasione di confronto con la contemporaneità.

Questo dimostra ancora una volta l’importanza di aprirsi oltre il seppur ricco pensiero della cultura occidentale. La grotta, nella tradizione di alcuni paesi dell’Asia orientale, è anche un potente rifugio esploratore, il luogo in cui ritrovarsi, riconnettersi col proprio paesaggio interiore, sottraendosi alla dispersione di sé. Un dentro che è anche un fuori,  in cui riflettere su emozioni positive, la felicità per esempio. Penso che la chiave sia ritrovare se stessi tramite pratiche meditative condivise. In questo momento storico si dovrebbe sviluppare una capacità di saper creare quel silenzio-accogliente necessario a stare al mondo senza paura, in cui poter articolare nuovi immaginari e nuove azioni che non rispondano alle logiche della contrapposizione binaria e oppositiva.

Pensa che i piccoli centri, le comunità locali, possano essere un luogo privilegiato per adottare questa nuova prospettiva?

Assolutamente. Sono piccoli grandi spazi di autenticità, luoghi dove rientra il concetto di possibilità di incontri e relazioni sostenibili, proprio perché non sono costantemente distratte dai rumori cittadini o delle grandi metropoli dove spesso il singolo si annulla. Quindi hanno l’occasione di rilanciare progettualità condivise ed essere un antidoto forte alle difficoltà che stiamo vivendo.

Qual è la forza dell’arte?

Immensa, perché riesce a rendere materico un linguaggio che parla a tanti livelli, a ispirare nuove visioni, aprire altre narrazioni attraverso il coinvolgimento cinestetico, emozionale, corporeo. Allenare la capacità di comunicare a tanti livelli è senza dubbio un punto di forza, un’occasione di ricentratura, personale e collettiva.

contenuto offerto in collaborazione con Critico Festival

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