Alfonso Stiglitz, 50 anni da archeologo: “Droni, Ai e tecnologia hanno cambiato il mestiere. Ma nulla sostitusce lo sguardo dello scienziato”

Passato, presente e futuro di una professione sempre più multidisciplinare nel racconto dell’archeologo oristanese

di Francesca Mulas

Cinquant’anni e non sentirli. Alfonso Stiglitz, oristanese, aveva appena 22 anni quando prendeva per la prima volta in mano gli strumenti dell’archeologo: nel 1976 sul sito di Cuccuru is Arrius veniva alla luce durante i lavori di escavazione del canale scolmatore dello stagno di Cabras uno dei siti più importanti per la storia antica della Sardegna, e l’Università di Cagliari guidata da Enrico Atzeni conduceva il primo intervento che avrebbe poi portato alla luce un’importante necropoli con un ricco insediamento.

Da quel primo scavo al seguito del professore universitario sono passati cinquant’anni: mezzo secolo dedicato allo studio della storia sarda attraverso le sue tracce materiali e immateriali.

Alfonso Stiglitz è in pensione da qualche anno, ma non ha mai smesso di indagare, ragionare, studiare. “Ho lasciato la direzione dei cantieri archeologici perché è giusto che lavorino i professionisti più giovani – ci racconta ricordando questi cinquant’anni da archeologo – ma ho ancora tanto da fare. Adesso, ad esempio, sto curando una pubblicazione sulla storia di Cagliari”.

Primo studente a specializzarsi nella Scuola di Archeologia di Cagliari fondata nel 1994, ha dedicato la sua vita allo studio sul campo. Ma lo scavo, stare chini sulla terra alla ricerca di materiali, strato dopo strato, non è la sua vera passione: “La mia professione è l’archeologia del paesaggio, disciplina che fino a pochi decenni fa era snobbata e oggi ci aiuta a leggere la storia attraverso le tracce che ha lasciato sui nostri territori. Si cammina, si percorrono chilometri a piedi, si studiano le carte, le foto aeree, qualsiasi segno che l’uomo ha lasciato nei millenni nel suo percorso su questa terra”.

Due i suoi lavori più importanti: il grande nuraghe complesso di S’Urachi, a San Vero Milis, protetto da dieci torri e in parte ancora interrato, e le indagini sul Capo Sant’Elia. Il primo, avviato nel 2013 e ancora in corso, ha messo in luce una struttura complessa utilizzata durante il I millennio avanti Cristo; il secondo, su cui si indaga dal 2002, ha visto diverse campagne di scavo, con i lavori sospesi nel 2025 in attesa di consolidamento e restauro, che hanno ricostruito una frequentazione da età preistorica a fine Ottocento, con le ricerche sul tempio di Astarte e sulla chiesetta di Sant’Elia al Monte.

In entrambi i casi il lavoro dei professionisti è stato accompagnato da un’intensa attività di comunicazione e divulgazione. Stiglitz ha lavorato anche sul sito nuragico di Cuccuru Nuraxi, vicino a Settimo San Pietro, sulla necropoli cagliaritana di Tuvixeddu, a Serra is Araus, ancora in territorio di San Vero Milis.

Negli ultimi anni la sua indagine si è concentrata su Cagliari: “Nonostante sappiamo per certo che la città sia abitata dal Neolitico, per tanto tempo non abbiamo trovato tracce nuragiche. Possibile? O la città moderna ha cancellato tutto? – si chiede – oggi stiamo riconsiderando questi dati: forse cercavamo un modello di insediamento diverso da quello che in realtà si trovava a Cagliari, non abbiamo tracce di nuraghi ma di piccoli insediamenti costieri, con materiali nella zona di Bonaria, in via Brenta, a Monte Urpinu”.

Ragionare ancora, rimettere in discussione le vecchie certezze: anche questo fa parte del mestiere dell’archeologo. E a proposito di sapere da ridiscutere, Alfonso Stiglitz è tra le firme più autorevoli di una archeologia “decoloniale” della Sardegna, un punto di vista nuovo e contemporaneo per la ricostruzione della storia sarda spogliata da una lettura nazionalista e centralista: una visione che da secoli racconta l’Isola solo come parte dell’Italia e non, come realmente è stata, un territorio unico al centro di una rete di scambi e relazioni mediterranee.

Il mestiere dell’archeologo oggi è cambiato con la tecnologia: se prima per un’indagine di superficie servivano costose immagini aeree, oggi basta un piccolo ed economico drone. Con gli stessi strumenti si possono fare in pochi minuti rilievi che in passato, metro, matita e carta da disegno alla mano, richiedevano giorni di lavoro, così come i software più potenti e l’intelligenza artificiale ci permettono di incrociare e analizzare migliaia di dati ottenendo risultati sempre più accurati.

Il lavoro di studio è facilitato dalle macchine, quindi vuol dire che anche l’archeologo sparirà come potrebbe succedere per tante professioni intellettuali? “Non accadrà mai – ci rassicura Stiglitz – la tecnologia ci serve per avere dati in maniera facile e veloce, incrociare le informazioni, ottenere analisi prima mai considerate. Quello che nessuno strumento potrà mai sostituire è lo sguardo dell’archeologo, la sua capacità di concepire un ragionamento storico. E soprattutto la curiosità, il primo motore della nostra ricerca”.

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