Pulina: “L’Ente Foreste gestisce 240mila ettari di bosco. È possibile che sbagli solo nel Marganai?”

Da Giuseppe Pulina, Commissario Straordinario di Ente Foreste e Direttore del Dipartimento di Agraria dell’Università di Sassari, riceviamo e pubblichiamo.
(hanno collaborato Antonio Casula, dottore forestale, Corinne Caddeo, dottore forestale, Sara Maltoni, dottore agronomo, Paolo Casula, dottore biologo, Andrea Murgia, dottore biologo, Paolo Murgia, dottore biologo, Dionigi Secci, dottore forestale, Massimo D’Angelo, dottore forestale, Antonella Pintus, ingegnere ambientale, Marcello Airi, dottore forestale, Sergio Fantini, dottore geologo).

L’articolo apparso su queste colonne relativo alla gestione pluriennale della foresta del Marganai, pur apprezzabile per l’impegno informativo, è purtroppo contrassegnato da alcune inesattezza che devono essere messe in rilievo nel rispetto del sacrosanto dovere di cronaca, ma anche per salvaguardare la buonafede e la professionalità dell’Ente da me amministrato il quale, lo ricordo, gestisce in tutta la Sardegna oltre 240 mila ettari di foreste e aree SIC con la massima attenzione alla salvaguardia dell’ambiente, ma con altrettanta attenzione alle esigenze delle popolazioni residenti.

Grazie a cielo i temi ambientali sono di grande impatto sui cittadini e il nostro Ente è chiamato dalla comunità dei Sardi a proteggere le foreste e gli ambienti naturali dell’Isola: nos cuntipizzamus sa Sardigna, potremmo dire in limba. Affrontare questi temi appassionanti e difficili con pregiudizi non porta da nessuna parte: iniziamo a dire che in Sardegna ci sono due cose tradizionali, la pecora e il governo a ceduo del bosco. Dove sta allora lo scandalo? Parliamone con calma e con la dovuta precisione.

È utile preliminarmente ribadire che, sia in fase di predisposizione del piano di assestamento forestale (denominato progetto pilota) sia dal suo avvio avvenuto nel 2010, l’area oggetto di interventi di ceduazione è stata continuamente sottoposta a monitoraggio durante le molteplici attività poste in essere da parte del personale altamente qualificato dell’Ente Foreste (Forestali, Biologi, Agronomi, Ingegneri, Geologi ecc.). Il personale tecnico e amministrativo dell’Ente Foreste agisce ed opera secondo quanto previsto dalla normativa, con scienza e coscienza, nella gestione del patrimonio forestale pubblico.

La redazione dei piani di gestione forestale e di assestamento forestale costituisce a questo riguardo un occasione, non solo di incontro e dialogo costruttivo tra tutti i portatori d’interesse del territorio, ma anche di intendere in modo diverso il territorio ed il paesaggio forestale.

A questo riguardo è importante sottolineare che gestire un bosco non significa non prevedere alcun intervento o prevedere solo quelli finalizzati alla creazione di fustaie. La gestione forestale deve necessariamente contemperare oltre le esigenze delle diverse componenti delle comunità ecologiche (incentivare la biodiversità), anche quelle sociali legate alla componente umana che vive il territorio, in un ottica di gestione sostenibile e di uso multiplo della risorsa bosco.

I piani forestali particolareggiati, in corso di definizione, prevedono infatti una gestione forestale che consideri in primis la tutela del suolo e della biodiversità, ma anche altri aspetti quali il presidio dei boschi a garanzia della qualità dell’aria e dell’acqua, l’importanza delle foreste per un uso ricreativo, sportivo, didattico e infine l’utilizzo sostenibile della risorsa legno, per tutti gli usi che questa materia è in grado di soddisfare.

Passiamo ora ad analizzare in dettaglio gli argomenti dell’articolo e le nostre controdeduzioni. Mi scuso con i lettori anticipatamente per la lunghezza di questo pezzo, ma risposte semplici a problemi complessi sono immancabilmente sbagliate.

Il processo di redazione dei Piani Forestali Particolareggiati in 13 Foreste Demaniali, tra cui quella di Marganai, per complessivi 55.000 ettari di territorio regionale, risponde ad una disposizione normativa obbligatoria del 1923 (R.D. 3267/23) e disattesa da oltre novant’anni in Sardegna. Tale norma prevede che i boschi pubblici vengano gestiti sulla base di precisi Piani d’Assestamento. Con professionalità l’Ente Foreste sta portando a compimento, con il supporto dei propri tecnici altamente specializzati, questo processo ambizioso ed estremamente qualificante per il governo del territorio.

In questo processo di pianificazione, avviato nel 2009 è stato seguito un approccio partecipativo che si è concretizzato con diversi incontri, svoltisi anche a Marganai, nel corso dei quali sono state illustrate le principali caratteristiche dei Complessi Forestali e sono state raccolte le istanze del territorio manifestate dai diversi portatori di interesse. Le scelte gestionali proposte in tutti i tredici piani sono poi il frutto di un’analisi multidisciplinare delle foreste propedeutiche e di supporto alla fase decisionale e di definizione degli indirizzi, che hanno previsto, oltre all’approfondimento forestale, anche studi specialistici di tipo pedologico, vegetazionale, zoologico e silvo-pastorale.

Gli orientamenti gestionali proposti dal piano particolareggiato identificano la foresta da un lato come una risorsa essenziale per il miglioramento della qualità della vita e della sicurezza delle popolazioni locali, dall’altro come presidio per il miglioramento dell’occupazione e lo sviluppo economico delle aree interne montane, in coerenza con gli atti di programmazione forestale comunitari, nazionali e regionali e in sintonia con la strategia dell’Unione europea per le foreste e il settore forestale e per la Rete Natura 2000.

La Pianificazione riguardante quest’area prevede interventi forestali distribuiti nell’arco di un decennio. Tali interventi non riguardano l’intera superficie, ma solo parte dei 4.600 ettari della Foresta demaniale ed in particolare dei 4.300 ettari di superfici classificate come “bosco” nei vari stadi evolutivi.

In particolare si prevedono interventi selvicolturali su una superficie di 1.233 ha, quindi sul 26% dell’intera Foresta Demaniale. Su questa superficie i tagli di ceduazione interesseranno un area di 400 ettari, sempre nell’arco di un decennio, dunque una percentuale effettiva di circa l’8% dell’intera area forestale. Ulteriori 730 ettari (circa il 15% dell’area forestale complessiva) riguardano interventi di avviamento a fustaia, diradamenti, tagli fitosanitari, cure colturali e rimboschimenti.

Nell’articolo si afferma che: “l’Ente foreste ha in programma non di tagliare “un albero”, ma oltre 540 ettari di bosco. Ovvero poco meno del 25 per cento della foresta millenaria propriamente detta, che si estende per circa 2.300 ettari”.

Purtroppo non è così. Le superfici effettivamente interessate da foreste millenarie, in Sardegna e nell’area del Marganai in particolare, non hanno estensioni importanti. Si tratta in genere di poche aree relitte che solo nel caso della Foresta Demaniale di Montes e l’area del “Supramonte” superano le centinaia di ettari. Nello specifico caso della F.D. Marganai le poche aree con presenza di piante secolari sono molto circoscritte e relegate a lembi per i quali è prevista, ora e per il futuro, una assoluta tutela da parte dell’Ente Foreste, così come previsto anche dal Piano di gestione del SIC Linas-Marganai.

Le formazioni boschive di quest’area sono in gran parte costituite da piante giovani, in genere di origine agamica (polloni invecchiati), che raramente superano il secolo d’età.
La gran parte di questi boschi è stata infatti utilizzata fino a pochi decenni fa e in particolare durante il periodo di sfruttamento minerario, con questo tipo di governo.

I 400 ettari che interessano il governo a ceduo (400 ettari su 4600 ettari di foresta gestita rappresentano meno del 10% non il 25%) ricadono interamente su superfici composte da soprassuoli cedui invecchiati dell’età massima di 50-70 anni, nei quali si prevede semplicemente di mantenere questa forma di governo, con opportuni accorgimenti a tutela della conservazione della risorsa bosco, del suolo e della biodiversità.

Colpisce anche il passaggio dell’articolo dove si afferma che si interviene in un’area che “…proprio l’Ente foreste (già Azienda foreste demaniali) ha contribuito a salvaguardare negli ultimi cinquant’anni. E tutto per ricavare legna da ardere (o biomassa), col ripristino di quel che tecnicamente si chiama “governo a ceduo”. Tradotto: tagliare alberi.”

Tagliare alberi è un’attività che l’uomo ha svolto da quando ha avuto consapevolezza dell’utilità del legno per riscaldarsi, crearsi riparo, costruire utensili, armi, mobili, ecc. Da millenni l’uomo ha imparato che il bosco è una risorsa che, se ben gestita, non ha problemi a rinnovarsi. L’uomo ha imparato nei secoli a gestire questa risorsa rinnovabile secondo forme di governo ben codificate dalla moderna Selvicoltura.

Gli interventi a carico della risorsa “bosco” garantiscono produzioni di legna da ardere e da opera, indispensabile oggi come in passato per le esigenze della nostra società e più recentemente anche in un ottica di riduzione del consumo di combustibili fossili, sviluppo sostenibile e riduzione delle emissioni di carbonio. Il ritorno all’utilizzo del legno come combustibile è promossa ed incentivata, anche e soprattutto tra i paesi firmatari del protocollo di Kyoto, sia per sostenere la corretta gestione del patrimonio forestale sia per i convenienti costi di approvvigionamento e ancora per l’azione di contrasto ai cambiamenti climatici derivanti dall’uso di fonti energetiche non rinnovabili. Infatti la legna da ardere è una fonte di energia quasi neutra rispetto alle emissioni di gas ad effetto serra in quanto la quantità di biossido di carbonio (CO2) emesso durante la sua combustione è pari a quella assorbita attraverso il processo di fotosintesi. Pertanto tagliare alberi da destinare a legna da ardere, anche considerando che in Sardegna importiamo grandi quantità di questo prodotto da altre regioni, non è in contrasto con quanto previsto dagli accordi internazionali né con la gestione sostenibile del territorio.

Altro punto: “Il ‘partner’ dell’iniziativa è il comune di Domusnovas, guidato da Angelo Deidda, che di ettari ne ha già fatti disboscare 35 negli ultimi tre anni. “Crea lavoro e porta ricchezza”, dice il sindaco, evidentemente poco interessato alle massime Sioux così come alle “gravi conseguenze ambientali” provocate dai tagli già effettuati, come emerge dai rilievi effettuati dal team di professionisti impegnato – in parallelo – nell’aggiornamento del Piano di gestione del sito di importanza comunitaria Marganai-Monte Linas.”

Non è chiaro a quali gravi conseguenze ambientali si riferisca l’articolo. I presunti danni non hanno trovato ancora riscontro nei diversi sopralluoghi effettuati in campo nelle particelle sottoposte al taglio nei diversi anni, alla presenza anche del team di professionisti e di tutti gli enti preposti alla tutela dell’ambiente e del territorio (Corpo Forestale, SAVI, Ente Foreste). La paventata perdita di suolo, calcolata in maniera alquanto discutibile, non risulta rilevata con alcun criterio tecnico scientifico. Le foto che vengono allegate, peraltro prive di georeferenziazione e quindi difficilmente valutabili, probabilmente rappresentano situazioni puntuali (piste di esbosco, punti di passaggio della fauna selvatica) che perdono di significatività su scala di Complesso Forestale, ma è difficile fare qualsiasi valutazione non avendo a corredo una puntuale relazione tecnico-scientifica. A niente sono valse le ripetute richieste da parte dell’Ente di dettagliare e circostanziare, in termini quantitativi, di localizzazione spaziale e temporale, i fenomeni evidenziati e dovuti ai lavori di ceduazione.

Dal punto di vista biologico si è invece constatato ciò che è noto in letteratura scientifica, cioè una maggiore biodiversità all’interno delle aree di taglio dovuta alla apertura del soprassuolo, con insediamento di specie vegetali altrimenti assenti in condizioni di completa copertura da parte del leccio e una maggiore biodiversità animale dovuta all’aumentata disponibilità trofica delle aree aperte. In queste aree non solo grandi mammiferi, come il Cervo sardo, hanno possibilità di alimentarsi, ma insetti, piccoli mammiferi, rettili ed uccelli sono avvantaggiati per una maggiore disponibilità alimentare.

In ecologia questo effetto è conosciuto con il nome di effetto margine e le aree di taglio costituiscono “aree ecotonali”, naturalmente presenti nei boschi a seguito di avversità, crolli di piante e incendi naturali.

Continuando nella lettura dell’articolo si fa riferimento a: “Tutto parte nel 2010, quando l’assessore regionale all’Ambiente è Giorgio Oppi e l’Ente foreste lancia un progetto pilota per il “ripristino del governo a ceduo e la pianificazione dei futuri tagli” in territorio di Domusnovas. Prevede che le motoseghe rimangano accese fino al 2021 e ‘ripuliscano’ dagli alberi oltre 300 ettari. La Provincia di Carbonia-Iglesias accorda il via libera e stessa cosa fa il Savi, il Servizio valutazione impatti della Regione, che non prescrive nemmeno la procedura di incidenza ambientale. Quando si dice ‘burocrazia zero’, malgrado una parte dell’area interessata dai tagli ricada in ambito Sic, i siti di interesse comunitario che devono essere gestiti secondo precise e per niente lasche prescrizioni. Tant’è: ad effettuare i tagli in località Caraviu e su Isteri è la cooperativa Agricola mediterranea, che si aggiudica il bando per la prima tranche dei lavori da effettuare nel triennio 2010/2012. Per rendere l’idea di ciò che ha comportato questo primo intervento – tagli al livello del suolo per 35 ettari senza soluzione di continuità – viene in soccorso nientemeno che Google Earth.”

Tralasciando il problema della sospensione di un attività che potrebbe garantire reddito e sostentamento a diverse famiglie, in un area che attraversa gravi problemi occupativi, è ugualmente fuorviante affermare inesattezze sulla reale entità delle superfici interessate dal taglio. Il progetto che prevede la ceduazione dei 34 ettari di bosco ceduo in agro di Domusnovas è stato preventivamente assoggettato a parere del Servizio della Sostenibilità Ambientale, Valutazione Impatti e sistemi informativi ambientali (SAVI) dell’ADA che alla luce degli interventi previsti nel piano (nota n. 3976 del 16.02.2010) ha espresso parere di non assoggettabilità, ovvero ha ritenuto che lo stesso NON dovesse essere sottoposto ulteriormente a Valutazione di Incidenza. Il Piano pertanto è già stato assoggettato a procedura di screening per valutazione di incidenza (ex art. 6 DPR 120/03 e s.m.i.). Scusi il lettore la pedanteria, ma é utile ricordare quanto è scritto nel sito ADA relativamente alla descrizione del procedimento: “Il parere di assoggettabilità o meno alla valutazione di incidenza viene rilasciato dal Servizio della sostenibilità ambientale e valutazione impatti (Savi) relativamente a piani e progetti interessanti la Rete Natura 2000 e cioè Siti di importanza comunitaria e Zone di protezione speciale. La procedura di valutazione di incidenza prevede infatti una prima fase di verifica (o screening) che permette di appurare se, ragionevolmente un piano o un progetto possono avere effetti di impatto sullo stato di conservazione di un sito di importanza comunitaria o di una zona di protezione speciale. Se ha effetti, il Servizio esprime un parere di assoggettabilità rinviando il progetto o il piano alle successive fasi del procedimento di valutazione. Se non ha effetti, il Servizio esprime un parere di non assoggettabilità alla procedura (talvolta con prescrizioni) e con tale parere chiude la pratica.” Nella normativa di riferimento è quindi menzionato il “Decreto del Presidente della Repubblica n. 357 del 08/09/1997 – Regolamento recante attuazione della direttiva 92/43/CEE relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali, nonché della flora e della fauna selvatiche (testo aggiornato e coordinato al D.P.R. n. 120/2003)”.

Anche in questo caso non è esatta l’affermazione che siano stati effettuati tagli su superfici estese 35 ettari senza soluzione di continuità. Infatti per le prescrizioni dell’Ente e dello stesso Corpo Forestale le aree di taglio hanno avuto uno sviluppo massimo di 10,00 ettari, dislocati in maniera tale da alternare aree di taglio a ceduo, aree ad avviamento a fustaia ed aree in cui semplicemente si è deciso di lasciare il soprassuolo ad evoluzione naturale. Questo per garantire la disomogeneità strutturale e floristica del soprassuolo che, sempre dal punto di vista della gestione sostenibile e della conservazione della biodiversità, è altamente auspicabile in aree gestite da un Ente che deve “amministrare il patrimonio silvo-agro-pastorale e faunistico assunto in concessione o affitto dalla Regione, dai Comuni e da altri Enti pubblici o da privati, curandone la sorveglianza, la razionale manutenzione, il miglioramento e la valorizzazione ed operando, di norma, sulla base di piani di assestamento forestale”.

L’articolo continua con alcune imprecisioni quale la seguente: “per dare il via alla seconda stagione di tagli.[…] Prima di agire bisogna inserire il progetto nel Piano forestale particolareggiato (Pfp)”. Il “Piano di gestione del Complesso Marganai – Ripristino del Governo a ceduo su aree demaniali” di durata dodecennale (2010-2022) approvato con determinazione n. 95 del 03/12/2010 dalla Provincia di Carbonia Iglesias, è già operativo e prescrittivo e non ha necessità per la sua attuazione di essere inserito nei PFP. Al contrario, qualora non venisse attuato, l’Ente Foreste è passibile di sanzione per mancata esecuzione di quanto previsto e prescritto, da parte del Corpo Forestale che segue costantemente l’avanzamento dei lavori sin dal loro avvio (come evidenziato anche nella nota del CFVA prot. n. 8520 del 6.02.2015 in cui si chiedono informazioni circa la sospensione immotivata dei tagli previsti dal Piano di gestione già approvato).

Sempre in linea con l’evidenziare la mancata considerazione di pareri di esperti, a supporto della gravità e dannosità degli interventi portati avanti dall’Ente Foreste, l’articolo continua con: “E pare non si consideri l’esistenza del documento che ……..il gruppo che si sta occupando di aggiornare il Piano di gestione del Sic Marganai–Monte Linas – ha inviato a novembre al commissario dell’Ente foreste Giuseppe Pulina. Che chiaramente, essendo stato nominato a fine ottobre 2014, ha ereditato il progetto dalle precedenti gestioni. In ogni caso, la direzione generale dell’Ente foreste pare non avere dubbi sulla bontà degli interventi, tanto che solo pochi giorni fa s’è premurata di tranquillizzare tutti: “Dai sopralluoghi (effettuati a gennaio, ndr) non risultano danni all’ambiente”. Sulla base di quali documenti non si sa, visto che non risultano studi o relazioni commissionate dall’ente e l’unico report firmato da esperti riconosciuti, dice esattamente il contrario. Ed è arrivato ai piani alti di viale Merello a metà novembre, giusto da due mesi e mezzo. Da qui la scelta incomprensibile di proseguire nel progetto.”

E’ vero che ho ereditato il progetto, ma in continuità amministrativa ho convocato i tecnici e i responsabili del progetto per un chiarimento e successivamente, in data 25 Novembre scorso, sulla base dei danni ambientali paventati dal gruppo di liberi professionisti, ho organizzato un sopralluogo congiunto nelle particelle sottoposte al taglio, per prendere visione dei gravi fenomeni erosivi citati. Il risultato della visita è stato il riscontro di alcun segno del disastro ambientale segnalato. In un ulteriore sopraluogo convocato dal SAVI, effettuato nel mese di gennaio 2015 sempre sulla scorta del suddetto allarmante documento e al quale erano presenti, oltre ai citati professionisti, lo stesso Direttore del SAVI, il Direttore del Servizio CFVA di Iglesias, il Direttore dell’Ente Foreste della Sardegna f.f. e con il supporto di personale tecnico di tutte le strutture, è stata nuovamente riscontrata l’assenza di danno anche a carico del suolo. Non sono stati rilevati danni gravi al suolo, come qualcuno vorrebbe far credere. L’unico effetto rilevato dalle operazioni di taglio è un aumento della concentrazione di specie floristiche e faunistiche all’interno delle tagliate.

È stato presentato uno studio che evidenzia gli effetti positivi dell’apertura sulla fauna ed in particolare sul Cervo sardo (specie protetta dalla normativa internazionale Direttiva 92/43/CEE “Habitat”, dalla normativa Nazionale L. 157/92 e dalla L.R. 23/98) e che purtroppo, proprio per effetto della copertura eccessiva del suolo da parte del leccio, è costretto a spostarsi dalle aree gestite dall’Ente Foreste della Sardegna ed occupare aree limitrofe, spesso con gravi danni alle produzioni agricole.

Anche l’affermazione secondo cui: “Non risultano studi o relazioni commissionate dall’Ente e l’unico report firmato da esperti riconosciuti, dice esattamente il contrario” è frutto di incompleta conoscenza. Le relazioni presentate dai professionisti, tentano di basare calcoli di cm di suolo eroso sulla base di fotografie. Al contrario, gli studi condotti recentemente fanno riferimento a metodologie con una base scientifica e tecnica e sono riportati nelle Analisi Multidisciplinari dei PFP, in cui l’analisi pedologica fornisce una serie di informazioni sulle tipologie prevalenti di terreno, sulla erodibilità e rischio di erosione a livello di singolo complesso pianificato, utili per la definizione delle destinazioni e delle tipologie di intervento in base alle limitazioni o alle attitudini prevalenti. (https://www.sardegnaambiente.it/documenti/3_226_20150203194103.pdf). Per cui l’intervento è stato basato su solide basi scientifiche e su un metodo condiviso e certificabile.
Anche sul punto in cui si afferma che: “Quando si opta per un ‘progetto pilota’, ci si attenderebbe una verifica al termine dei primi interventi, in modo tale da valutare pro e contro. In questo caso, come detto, niente di niente. Se non in via puramente incidentale” è il caso di fare alcune precisazioni. Nell’area del Marganai, in questi anni di sperimentazione del ripristino del governo a ceduo, sono stati effettuati, da questo Ente, approfondimenti in merito alla capacità rigenerativa del bosco ed all’interazione con la fauna selvatica, rilevando, in particolare una marcata aggregazione del Cervo sardo (specie prioritaria della direttiva habitat) nelle tagliate ed un effetto meno evidente sul cinghiale. Si è inoltre rilevata una pronta ripresa della vegetazione, nonostante la presenza del cervo, con altezze di leccio e corbezzolo che raggiungono i 2.5 metri ed una copertura del suolo pressoché totale al terzo anno.

Nella stessa ottica, si sta portando avanti la collaborazione con la Nuoro Forestry School, struttura attiva nel mio Dipartimento, per la messa a punto di protocolli semplici (ma robusti dal punto di vista scientifico) per il monitoraggio delle dinamiche evolutive post intervento (nel caso specifico della ripresa della ceduazione). A consolidare questa considerazione si precisa che la politica ambientale adottata dall’Ente Foreste della Sardegna mediante l’adesione volontaria allo schema FSC e PEFC di certificazione della gestione forestale responsabile, individua nel monitoraggio (compreso il monitoraggio degli effetti degli interventi selvicolturali proposti nell’ambito di una gestione pianificata) lo strumento operativo per certificare la gestione sostenibile e responsabile.
Tutto questo per garantire che qualora si verificassero degli impatti significativi (scientificamente indicativi) legati alle modalità gestionali, questo Ente provvederà immediatamente a rimodulare gli interventi al fine di mantenere ed aumentare i valori ambientali delle foreste gestite.

Inoltre moduli colturali proposti per il governo a ceduo suggeriscono un approccio estremamente cautelativo e responsabile nell’articolazione degli interventi: le tagliate sono organizzate in prese non contigue, la tipologia e l’intensità della matricinatura vengono definite in relazione alle condizioni stazionali locali, le dinamiche evolutive post intervento sono attentamente monitorate.
Questo aspetto è ulteriormente evidenziato nell’articolo, quando si afferma che: “Capita infatti che il gruppo di lavoro del Sic, durante i sopralluoghi per l’aggiornamento del Piano di gestione, si imbatta in “problematiche di notevole impatto sulla salubrità dell’ambiente e sulla sopravvivenza degli habitat e delle specie di interesse comunitario, dovute alla cattiva gestione del territorio”. Il 15 novembre quindi, il team invia una nutrita relazione al commissario Pulina, chiedendo la convocazione di un incontro tecnico e specificando fin dalle prime righe che la “cattiva gestione del territorio” si risolve pacificamente nelle “ceduazioni estese a superfici di svariati ettari”. Gli effetti principali? Si va dalla “grave alterazione della componente umica del suolo” alla “alterazione e/o scomparsa di micromammiferi”, ma anche “dell’Accipiter gentilis arrigonii“, ovvero l’astore sardo. Un piccolo effetto collaterale predetto pure dalla Dream, che tra i lati negativi della ceduazione annovera la possibilità che l’area diventi stranamente “poco ospitale per alcune specie faunistiche”. E manco a farlo a posta, si cita proprio l’astore sardo.”

Come già detto, gli effetti di un taglio su aree di piccola estensione hanno notevoli effetti benefici sia sulla biodiversità vegetale che animale. L’effetto del taglio su piccole superfici, come documentato da una copiosa letteratura scientifica, è di grande utilità al mantenimento di specie che altrimenti non avrebbero spazi edafici e trofici per poter vivere. Tra le specie che si avvantaggiano maggiormente delle aperture del bosco abbiamo proprio i micromammiferi che in queste aree trovano una maggiore varietà di risorse trofiche. In un bosco in condizioni naturali le aperture e discontinuità della copertura sono la conseguenza dell’invecchiamento dei soprassuoli, dei crolli di piante, dei danni da incendio. Tutto ciò concorre creare in un bosco naturale le condizioni per la presenza di specie altrimenti assenti. Per quanto riguarda specie elusive e molto rare, come nel caso dell’Accipiter gentilis arrigonii o astore sardo, lo studio propedeutico alla redazione della pianificazione forestale particolareggiata ha individuato le aree più importanti di presenza di questa specie. Questo rapace predilige alberi di grandi dimensioni e fustaie evolute per la costruzione del nido che in genere viene riutilizzato per più anni. Non è il caso dei soprassuoli interessati dai tagli a ceduo. In qualsiasi caso le aree di taglio sono monitorate per verificare la presenza di eventuali nidificazioni di questa specie. In caso di accertamento di nidificazione è prevista un area di rispetto intorno al nido di 400 m di raggio (oltre 50 ettari!!!).

L’argomento principale che viene utilizzato per evidenziare il danno di questi interventi è quello della perdita di suolo: “Ancora, è stata riscontrata tra le altre cose l’eliminazione “della protezione da azione disgregante della pioggia”, così come l’incremento “dell’erosione del suolo”. Ovvero una delle prime cause di frane e alluvioni. E, spesso, morti.” Come già detto il dilavamento del suolo non è stato dimostrato scientificamente in alcuno studio, né sono stati riscontrati danni evidenti al suolo durante svariati sopralluoghi.

A supporto del danno alla componente pedologica vengono inoltre inserite nell’articolo, fotografie che documenterebbero anche conseguenze sulle piante dovute alla maggiore erodibilità del suolo: “A scanso di equivoci, la relazione presenta anche diverse fotografie, compresa un’elaborazione grafica che dà perfettamente l’idea del grado di erosione del suolo a seguito dei tagli boschivi. Oltretutto, si nota che alcuni alberi non interessati da ceduazione sono miseramente crollati (tecnicamente si parla di schianto).È il segno di un terreno che, a causa dei tagli, non è più compatto, quindi è spesso sufficiente anche una sola folata di vento per abbattere i lecci rimasti. Da qui, una semplice considerazione: visti gli effetti, l’area interessata dagli interventi è indirettamente più estesa di quanto indicato nel progetto.”

Tralasciando il fatto che le fotografie allegate sono spesso localizzate in aree di passaggio di animali come cinghiali e cervi, è inesatto attribuire alla compattezza del suolo i problemi di stabilità delle piante rilasciate.

Gli schianti sono fenomeni assolutamente normali quando si crea discontinuità nella copertura arborea. I soprassuoli arborei nelle prime fasi di evoluzione, in condizioni di assenza di intervento da parte dell’uomo (diradamenti) e di grande densità di piante, tendono a crescere molto in altezza (secondo le naturali dinamiche competitive per la risorsa luce) a scapito della parte radicale che, in particolare nelle piante nate da seme, rimane sottodimensionata. Le piante cresciute molto fitte, rimangono in precario equilibrio statico appoggiandosi le une alle altre. Questo è il motivo per cui nelle tagliate, isolando le piante, si verificano schianti spesso a seguito di eventi meteorici come forti venti.

Anche riportare la frase di Deliperi: “La retrocessione a ceduo di ampie superfici di bosco rientrante nelle foreste demaniali – la cassaforte boschiva sarda – e la conseguente ripresa dei tagli boschivi anche di boschi di fatto ormai sulla via della piena rinaturalizzazione a che serve?” non aiuta a migliorare la chiarezza. Come già detto le formazioni arboree in oggetto sono cedui invecchiati, per cui l’intervento mira semplicemente a mantenere questa forma di governo. In effetti si dovrebbe fare un po’ di chiarezza su cosa si voglia intendere per rinaturalizzazione. Se si intende il non intervento su queste superfici, cosa effettivamente prevista su gran parte della foresta, quale forma migliore di “gestione” si deve comunque essere consapevoli della esistenza di alcuni fattori critici quali la minore resistenza al fuoco, per presenza di grandi quantità di necromassa, e la minore biodiversità vegetale ed animale propria di queste formazioni boschive.

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