Partito dei Sardi a congresso: staffetta interna, Maninchedda verso la segreteria

Si profila una staffetta interna nel Partito dei sardi (Pds) che questo week-end celebra il primo congresso nazionale. Paolo Maninchedda e Franciscu Sedda si dovrebbero scambiare i ruoli: il primo diventerebbe segretario e il secondo presidente (al momento le cariche sono invertite). I lavori cominciano domani (2 dicembre) ad Alghero con la sola assemblea degli iscritti, mentre domenica il congresso sarà aperto a tutti e verranno eletti i nuovi organi del partito. La cornice dell’appuntamento è l’hotel Catalunya, nome in questa fase storica molto evocativo e idoneo, da solo, a sintetizzare l’orizzonte del Pds.

È una scelta strategica l’inversione dei ruoli tra Maninchedda e Sedda: adesso che si avvicinano gli appuntamenti elettorali più importanti – a marzo le Politiche e a febbraio 2019 le Regionali – Maninchedda, politico di esperienza, si adatta meglio alle trattative tra partiti. Specie se resta in campo l’ipotesi che lo stesso ex assessore ai Lavori pubblici sia uno dei candidati governatore.

A fare da bussola congressuale, un documento di una ventina di pagine. Il preambolo è “la Nazione Sarda, un soggetto politico della storia europea”:  “Essa – si legge – ha attraversato i secoli con diversi assetti istituzionali, ma sempre con la coscienza di sé”. Per il Partito dei sardi,”i poteri riconosciuti dall’ordinamento autonomistico sono insufficienti e limitativi della libertà della Sardegna”. Il Psd ritiene che “la costruzione dell’indipendenza” sia “il miglior percorso di rigenerazione culturale, civile e politico nel quale far maturare un nuovo orizzonte educativo, sociale ed economico caratterizzato da responsabilità, solidarietà, libertà, sostenibilità e coesione”.

Quanto ai rapporti con l’Europa, questa la posizione: “Il Partito dei Sardi è un partito europeista e immagina la futura Repubblica di Sardegna partecipe e protagonista di un’Europa rinnovata. 
La reazione dell’Unione Europea, prima davanti all’ipotesi d’indipendenza della Scozia e poi davanti al referendum catalano e alla proclamazione della Repubblica di Catalogna, dimostra quanto sia forte la spinta conservatrice e anti-libertaria che domina oggi le cancellerie europee”.

Così verso lo “Stato italiano“: il Pds dice che Roma “ha dolosamente fatto ciò che solennemente aveva promesso di non fare”. In proposito viene citato il ricorso contro l’Agenzia sarda delle entrate, “solo l’ultimo episodio di una tradizione di scelte di governo e di comportamenti amministrativi informati al sotterfugio burocratico, alla sottrazione di risorse e al contenimento politico degli interessi legittimi e della libertà dei Sardi. Si aggiunga – si legge ancora nel documento – la paradossale vicenda degli accantonamenti, svoltasi nel triennio 2014-2017 secondo un copione disdicevole: da un lato il Governo italiano ha chiesto alla Giunta sarda di ritirare i ricorsi pendenti di fronte alla Corte costituzionale per avviare rapporti fondati sulla reciproca fiducia, e dall’altro lo stesso Esecutivo ha pretesto prelievi abnormi sulle compartecipazioni della Sardegna”.

Ed ecco gli obiettivi di governo che il Pds si dà. Prima di tutto, una “nuova strategia educativa, perché la motivazione dei sardi a ricredere in se stessi e nel futuro è un grandissimo problema politico”. Poi la questione della sanità: “Sul diritto alla salute, il Partito dei Sardi non ha condiviso e non condivide la progressiva colonizzazione delle funzioni apicali dell’Asl unica Ats. Noi difendevano un’altra idea di sanità con tre aziende sanitarie, soluzione più adeguata e funzionale per la distribuzione della popolazione sarda nel territorio”. Quindi la giustizia: “La Sardegna patisce la degenerazione del sistema giudiziario della Repubblica italiana, ormai stabilmente incardinato su una ipertrofia dell’accusa in sede pre processuale”. Entrate: “Non è possibile alcuno sviluppo stabile in Sardegna, se i sardi non dispongono completamente e a propria discrezione della leva fiscale”. Sul versante dei trasporti, “è indispensabile conquistare poteri sul e nel mercato anziché essere costretti nella strettoia creata, da un lato, da una Commissione europea spesso prona ai desiderata di grandi gruppi privati e, dall’altro, dalle complessità centralistiche dell’amministrazione pubblica italiana”.

Sulle infrastrutture è attacco all’Anas che “in Sardegna ha un portafoglio di opere di quasi due miliardi gestito centralmente a Roma con un’indifferenza e un’arroganza verso i tempi di realizzazione e verso le esigenze di governo che hanno suscitato più indignazione tra la gente che reazione nelle istituzioni”. Nel Pds scrivono ancora che “bisogna riprendere a fare agricoltura e pastorizia”, perché “la scelta di lungo periodo della politica comunitaria, la quale ha incentivato la non coltivazione delle terre per far apprezzare le produzioni, ha determinato in Sardegna l’abbandono di intere aree e l’invasione delle case sarde di prodotti alimentari non certo di ottima qualità”. Sull’industria il partito ritiene che “oggi il problema sia non nel giudizio storico su quella esperienza, ma sulla gestione delle sue conseguenze: in primo luogo la disoccupazione generata e in secondo luogo l’inquinamento prodotto”. Il corollario: la costruzione di un legame “tra  territorio, turismo, cultura e ambiente”. (al. car.)

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