La giunta Pigliaru non impugna la Buona scuola. I sindacati: “Ci ripensi”

La Buona scuola vista dai sindacati: ecco i profili di incostituzionalità rilevati dalle organizzazioni dei lavoratori.

È l’invito a ripensarci. Un’ultima chiamata alle armi che i sindacati lanciano alla giunta di Francesco Pigliaru che ha deciso di non impugnare la riforma della Buona Scuola. “Eppure – dicono i sindacati – sono tanti i profili di incostituzionalità che mettono a rischio la libertà di insegnamento attraverso un modello organizzativo verticistico, senza contrappesi e affidando l’istruzione a un solo dirigente”.

Cgil, Cisl, Uil, Gilda e Snals stanno facendo fronte unico a Roma: è quasi pronto il pacchetto di ricorsi (probabilmente sei) con le quali la riforma sarà contestata davanti al Tar, col prevedibile e successivo rinvio alla Corte Costituzionale da parte dei giudici amministrativi.

Dalla Cgil Caterina Cocco, componente della segreteria regionale con delega alla scuola, chiarisce: “Nessuno nega che l’istruzione italiana vada rinnovata e nemmeno si vuole impedire al Governo di verificare l’operato dei docenti. Ma siamo sicuri che il metodo introdotto con la riforma sia quello giusto? A parer nostro, la risposta è no. Per questo la Giunta, specie quella di una Regione a statuto speciale come la Sardegna, ha il dovere di dare un contributo per cancellare quegli articoli che toglieranno autonomia all’istruzione“.

Gianfranco Meloni, segretario regionale della Gilda, dice: “Intanto io la chiamerei contro-riforma, più che Buona scuola. I profili di incostituzionalità che i sindacati hanno unitariamente rilevato riguardano quattro aspetti su tutto: la chiamata diretta degli insegnanti da parte del dirigente scolastico, la valutazione dei docenti non affidata a una commissione esterna e terza e l’eccesso di deleghe in bianco concesse allo stesso Governo, per esempio sull’orario di lavoro. Non va dimenticata l’esclusione dei 50mila precari storici dal piano delle assunzioni”.

La Cocco parla di uno “sbilanciamento dei poteri a favore del dirigente che non si traduce di certo in maggiore merito, anzi. Nessuno dubita sul fatto che ci potranno anche essere professionisti capaci. Ma ciò che garantisce equità sono criteri di reclutamento e di valutazione definiti prima e uguali per tutti. Nel quadro verticistico prospettato dalla riforma, il rischio è un’istruzione fondata sul servilismo, in una preoccupante catena che vede il singolo docente troppo piegato alle esigenze del dirigente, a sua volta sotto il controllo del Miur”.

Tra un anno, quando la legge Renzi-Giannini entrerà a regime e aumenteranno i poteri degli ex presidi, “si porrà anche il problema delle graduatorie territoriali – continua Meloni -. Potrà succedere che anzianità e titoli non conteneranno più, col risultato che si estromettano docenti preparati ma non simpatici al dirigente. Invece il merito didattico va garantito: l’arbitrio non è foriero di buona qualità”.

E se a Roma i sindacati stanno marciando uniti, a Cagliari l’assessore alla Pubblica istruzione, Claudia Firino, ha deciso di convocare tavoli diversi. Oggi alle 16 è il turno dei confederali. “Non si capisce – sottolinea la Cocco – in base a quella logica si scelga di separare le sigle”. Tanto che la Gilda, chiamata al tavolo domani alla stessa ora, ha deciso di non presentarsi all’appuntamento. “Abbiamo già comunicato all’assessore la nostra contrarietà a confronti non collegiali, non lo consideriamo il metodo migliore per arrivare a una proposta condivisa”. Meloni aggiunge: “In questi ultimi mesi, il dibattito intorno alla Buona scuola si è concentrato sull’aspetto certamente importante dei trasferimenti fuori dall’Isola. Ma il processo di aziendalizzazione che innesca la riforma non può essere trascurato e impone alla Giunta una posizione differente con l’impugnazione della legge davanti alla Corte Costituzionale”.

Alessandra Carta
(@alessacart on Twitter)

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